Campionati
 
1982 / 1983

La terza uscita consecutiva al primo turno dei playoff e la seconda eliminazione consecutiva dalla Coppa Korac indussero a pensare che un’era fosse ormai finita e che molte cose dovessero cambiare. I nodi erano arrivati al pettine. Gli effetti del caso Vendemini e le perdite di gestione delle stagioni targate Althea e Arrigoni avevano creato un rosso nel bilancio della Amg Sebastiani che doveva essere assolutamente coperto.
Occorreva dunque un altro sacrificio e non poteva essere che uno soltanto: la cessione di Brunamonti. Anche perché Roberto, membro ormai inamovibile della nazionale, meritava di giocare in una squadra dalle grandi ambizioni che puntasse costantemente allo scudetto e all’Europa. Questa consapevolezza produsse comunque ottimismo perché Brunamonti, inseguito da molte società di vertice, sarebbe stato uno dei pezzi più pregiati del mercato. Sarebbe bastato per ricostruire la squadra? Ma Italo Di Fazi ammonì che cedere Brunamonti costituiva una difficile responsabilità. Ancora una volta fu un buon profeta.
Le parole di Di Fazi tradivano anche un altro problema: in società non c’era più molta unità d’intenti, mentre, sempre più spesso, Milardi era all’estero per motivi di lavoro. Anche per questo all’interno del direttivo della sodalizio stava prevalendo una corrente che, non condividendo le scelte dell’accoppiata Milardi – Di Fazi, avrebbe preso due decisioni fatali.
La prima: la necessaria rinuncia a Brunamonti. La seconda, ancor più grave, fu la rinuncia a Willie Sojourner.
In società tirava aria di rivoluzione. La gestione di Claudio Vandoni non era stata gradita: perciò passò in secondo piano la limitatezza dell’organico con cui fu costretto a lavorare per cui gli fu imputato il mancato raggiungimento di ogni obiettivo tecnico e, forse, anche una certa scelta di campo all’interno del direttivo. Un brutto colpo per Vandoni che ha sempre ricordato il campionato ‘81-‘82 come l’evento sportivo più bello della sua carriera tanto da innamorarsi a tal punto di Rieti da fare più volte l’impossibile pur di tornarvi.
Giunse allora il turno di un altro coach statunitense: John Mc Millen, il cui profilo è nella sezione Personaggi e Allenatori.
Trovato un nuovo sponsor, il sostanzioso Binova Cucine, la Sebastiani, dove in seguito alla cessione di Brunamonti erano arrivati dalla Virtus Bologna erano arrivati il pivot Alessandro Daniele e Maurizio Ferro (il cui profilo di quest’ultimo è nelle sezioni Personaggi e Giocatori Italiani). Inoltre fu deciso di dare spazio a diversi giovani.
Nel frattempo però, ci si rese conto che occorreva un altro lungo italiano e allora venne acquistato dalla Virtus Bologna Maurizio Pedretti per un centinaio di milioni che, in pratica, furono restituiti a chi aveva appena acquistato Brunamonti, fornendo un altro motivo di critica a chi non aveva apprezzato l’affare.
Sul fronte straniero, confermato Zeno, gli fu affiancato Wayne Sappleton, il cui profilo è nella sezione Personaggi e Giocatori Stranieri, entrambi validi, ma nessuno dei due era un pivot di ruolo.
I veterani erano I soli Sanesi e Blasetti. Ma una domanda sarebbe rimasta sempre senza risposta: come sarebbero andate le cose se Gianfranco avesse potuto contare almeno per un’altra stagione sull’aiuto del cognato?
Alla vigilia del campionato malgrado la squadra fosse molto rinnovata, nessuno immaginava il disastro che si stava per abbattere su Rieti anche se tutti erano consci che la Binova avesse bisogno di tempo per amalgamarsi per cui si non si tennero in gran conto le prime due sconfitte: in casa contro i futuri campioni d’Italia e d’Europa del Banco Roma di Valerio Bianchini e Larry Wright (76-86, Zeno e Sappleton 22, Ferro 12) e a Brescia (96-80, Zeno 28, Sappleton 20, Ferro 16). Venne anche digerita la sconfitta per un punto (89-90) con il Latte Sole Fortitudo Bologna (Zeno 32, Sappleton 16, Ferro 22, Blasetti 15). La squadra avrebbe dovuto comunque crescere anche se, come al solito, l’impressione era che dietro al quintetto base ci fosse poca sostanza oltre alla mancanza di un vero pivot.
Dopo altre due sconfitte onorevoli a Venezia (98-87) e a Pesaro (107-100) che, tutto sommato, ci potevano anche stare, si arrivò al match casalingo contro i campioni d’Italia del Billy Milano con cui era assolutamente necessario ottenere la prima vittoria stagionale. Opposta alla famosa Banda Bassotti di Mike D’Antoni, John Gianelli, C. J. Kupec, Dino Meneghin e i fratelli Borselli, guidata da Dan Peterson, la Binova giocò con le unghie e con i denti. Il duello tra Sanesi e D’Antoni fu senza esclusioni di colpi. I due vennero quasi alle mani: Padella urlò qualcosa in faccia ad Arsenio Lupin, com’era soprannominato il regista italoamericano.
Ma Rieti, dopo essere stata considerata una delle belle damigelle del basket italiano era scaduta al ruolo di cenerentola e la coppia arbitrale Baldini - Montella apparve soffrire la sudditanza verso i campioni d’Italia. A pochi secondi dal termine Milano conduceva 76-77 ma la Binova aveva in mano la palla del sorpasso. Un fallo grosso come una casa di D’Antoni su Sanesi venne ignorato dagli arbitri e il Billy vinse. Il pubblico era infuriato. Accadde di tutto: oggetti in campo, una mezza invasione, gli arbitri in fuga verso lo spogliatoio vennero protetti dalla furia dei tifosi e ripartirono scortati dalla polizia. La squalifica era inevitabile ma la consapevolezza di aver subito un grave torto era fortissima.
La mattina dopo a Rieti a tenere banco c’era soltanto l’arbitraggio di Baldini e Montella e il furto perpetrato dal Billy. Alcuni si chiedevano anche cosa mai avesse detto Sanesi a D’Antoni nella fasi bollenti della partita. Un amico, incontrato il playmaker della Binova, glielo chiese. «Cosa ho detto a D’Antoni? Gli ho detto: D’Anto’, li vedi questi? – gli spiegò facendo un gesto ampio fingendo di indicare il pubblico inferocito – se faccio un segnale entrano in campo e fanno un macello!».
Fortunatamente non accadde e poi si era trattato di parole dettate dall’eccitazione del momento che con la stessa fretta con cui furono pronunciate sono state poi dimenticate. Tant’è vero che quando David, figlio di Gianfranco, andò alla Benetton Treviso, dove avrebbe deciso di trasferirsi anche il padre, l’allenatore era proprio Mike D’Antoni. Sicuramente Padella e Arsenio Lupin hanno riso ricordando quell’episodio.
Intanto la Binova si beccò tre giornate di squalifica e la serie di sconfitte consecutive salì a 11 provocando le dimissioni di Mc Millen, che fu sotituito da Giulio Melilla, il cui profile è nella sezione Personaggi e Allenatori.
Si pensò anche a cambiare uno straniero. Ma chi? Intanto iniziò a circolare la voce dell’imminente arrivo a Rieti di Joe Pace, ex pivot della Scavolini, saltatore incredibile ma anche totalmente svitato e per questo rispedito subito al mittente dopo una sola tormentatissima stagione di follie a Pesaro.
Tornato in patria nel 1980 Pace aveva di nuovo tentato, ma invano, la carta dell’NBA per cui volle riprovare a giocare in Italia. In una accorata telefonata a Rieti la moglie assicurò che il marito aveva messo la testa a posto e che voleva rifarsi una verginità sportiva. Si decise di correre il rischio e Pace venne fatto venire per un provino. Gigi Simeoni lo andò a prelevare all’aeroporto ma le autorità italiane, su segnalazione della questura di Pesaro, bloccarono Pace al controllo passaporti rispedendolo al mittente. E così Simeoni se ne tornò da solo a Rieti.
Però, siccome l’arrivo di Pace non era stato annunciato ma circolavano delle chiacchiere sul suo arrivo, fu fatto in modo che tali restassero. «Chi? Joe Pace? – rispondeva la dirigenza ai giornalisti bene informati – Ma che siamo matti? Ci manca solo lui».
Purtroppo il povero Joe cadde poi nel vortice della droga e finì in miseria, tanto da vendersi per 500 dollari persino l’anello di campione NBA conquistato con i Washington Bullets. Pace ha vissuto senza casa dormendo in strada per 10 anni finché nel 2002 fu raccolto per le strade di Seattle quasi in fin di vita e fu portato in un centro di riabilitazione. Una volta ripresosi il suo primo commento fu: «Mi pare di stare in un albergo a cinque stelle».
Comunque, era difficile credere che Joe Pace potesse essere il toccasana per i malanni della Binova, ma da quel momento l’idea del taglio di uno straniero fu scartata definitivamente.
A febbraio Renato Milardi, dopo 10 anni di presidenza, dei quali gli ultimi 3-4 erano stati assai logoranti, rassegnò le dimissioni e si stabilì a Città del Messico per motivi di lavoro. Era la fine di un’epoca.
«Milardi – osservò Brunamonti – aveva realizzato un grande sogno a Rieti. Pensate solo all’incredibile accoppiata basket-atletica realizzata con la Coppa Korac e con l’Alco Rieti campione d’Europa per società. Milardi è stato un pioniere ed uno dei più grandi dirigenti sportivi, e non, dell’epoca. A Rieti ha saputo coltivare uno splendido giardino ricreando qualcosa di molto simile a quello che Cantù ha fatto al nord. In seguito sono venuti meno i presupposti per continuare».
«Per me – è Zampolini che parla – Renato Milardi è stato l’unico vero presidente. La quintessenza di questo ruolo. Ancora oggi mi incute un timore reverenziale. Forse dipende dal fatto che l’ho conosciuto quando ero molto giovane. Con Walter Scavolini ho avuto ugualmente un grandissimo rapporto ma più professionale che familiare».
A sostituire ad interim Milardi venne nominato Alido Tozzi. Fu ventilata anche l’ opportunità di cedere la squadra ai fratelli Bolletta che per un attimo parvero interessati all’idea. Ma forse decisero che la presidenza Sebastiani era incompatibile con la loro attività di imprenditori. 
Intanto si stava preparando una tremenda beffa per la seconda gara del girone di ritorno.
Al Palaloniano era in arrivo Brescia. Bisognava vincere a tutti i costi. La Binova lottò per un tempo ma poi i lombardi presero il largo. Qualche decisione arbitrale venne contestata, ma niente di scandaloso. A quattro minuti dalla fine gli spettatori, ormai rassegnati, delusi e sfiduciati presero i cappotti e cominciarono a sfollare. Le gradinate si riempirono di gente che abbandonava il Palaloniano con nettissimo anticipo, mentre le squadre stavano tranquillamente giocando in attesa della fine della gara.
A questo punto l’arbitro Gorlato iniziò a gesticolare freneticamente, fischiò la fine anticipata della partita e fuggì letteralmente col collega negli spogliatoi insieme agli ufficiali di campo. I più esterrefatti non furono tanto i tifosi reatini o i giocatori della Binova, quanto quelli di Brescia che non capivano cosa fosse successo.
In pratica gli arbitri avevano interpretato lo sfollamento anticipato degli spettatori come l’ennesimo tentativo di invasione di campo per cui, siccome ormai Rieti aveva una pessima nomea, se l’erano data a gambe. Impossibile tentare di convincere gli uomini in grigio che non c’era nulla da temere e che potevano tornare in campo a concludere la partita. Ci sarebbe stato solo da ridere.
A questo punto però i reatini si arrabbiarono veramente e aspettarono gli arbitri fuori dal Palasport. Gorlato, uscendo nella ressa, si scontrò con un poliziotto, il cui intervento non fu riportato a referto dove invece un innocuo petardo esploso all’esterno dello spogliatoio venne descritto come una bomba carta deflagrata all’interno della stanza. Gli arbitri ripartirono scortati dalla polizia.
Purtroppo questo scherzetto fece balenare lo spettro dell’esclusione della Sebastiani dalla Serie A. Infatti il regolamento esecutivo recita che nel caso in cui una squadra accumulasse cinque giornate di squalifica sarebbe automaticamente radiata dal campionato. La Binova, squalificata già per 3 giornate, era recidiva per cui sarebbe scattata automaticamente una squalifica per altre 2 giornate. Il basket a Rieti rischiava la morte.
A questo punto partì un grande lavoro di pubbliche relazioni che mise in moto tutte le conoscenze altolocate possibili e immaginabili. Il solito amico Beppe Berti allestì uno speciale Tg2 durante il quale il dirigente Sandro Rinaldi spiegò a tutta l’Italia che i reatini non erano degli ammazza-arbitri, ma siccome mangiavano pane e basket non volevano che il cibo venisse loro scippato con destrezza.
In un modo o in un altro si riuscì a far sì che la Binova venisse punita con una sola giornata di squalifica, una pesantissima multa e la raccomandazione ufficiosa da parte della Federcanestri di starsene buoni e calmi fino alla fine della stagione.
Le promesse di autocontrollo e i buoni propositi rischiarono però di andare a farsi benedire alla penultima giornata quando Fabriano venne a Rieti. La Binova era in A2 già da varie settimane. Si giocava solo per onor di firma. Probabilmente, proprio per questo motivo, la squadra, rilassata, si comportò assai bene rischiando anche di vincere. Ma ancora una volta alcune decisioni arbitrali fecero infuriare i tifosi reatini che a quel punto si sentirono, come dire, cornuti e mazziati. Fabriano vinse 77-82 e durante l’uscita dal campo l’arbitro Paronelli si beccò un ceffone da un tifoso isolato. Per fortuna non ci fu alcuno strascico o rischio di radiazione.
La Binova chiuse la sua (dis)avventura in A1 con 28 sconfitte e 2 vittorie, ottenute per la cronaca a Bologna contro la Fortitudo, ironia della sorte, subito dopo la gara beffa con Brescia, e a Rieti con Mestre.
Terminò così un campionato tutto da dimenticare: dopo sei gloriose stagioni (a parte l’ultima) si tornava in serie A2. Nessuno sapeva ancora che quello sarebbe stato l’inizio di un lungo addio.
Purtroppo la società non era nemmeno riuscita a fare tesoro del grande entusiasmo dei fratelli Bolletta, dichiaratisi comunque disposti a continuare e a confermare lo sponsor Binova. In quel momento il direttivo dell’ AMG Sebastiani, stordito dagli eventi di una stagione disastrosa, attraversava un periodo di profondo sbandamento per cui, dopo un ragionevole periodo di attesa, i Bolletta trasferirono la sponsorizzazione a Bergamo, appena promossa in A1 grazie all’esordiente coach Carlo Recalcati. Ma anche lì non sarebbero stati fortunati.
Per la AMG Sebastiani il futuro appariva nerissimo.

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1982/83 LA SQUADRA
ALLENATORI DEL SETTORE GIOVANILE
AMANDA LEAR
IL SOSTITUTO DI WILLIE SOJOURNER
JOHN MCMILLEN
RICONFERMATO
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