Nazione:
Stati Uniti d'America
"Il duro lavoro batte il talento quando il talento non lavora duramente. Tutto ciò di cui hai bisogno è dentro di te: l'energia, i sacrifici, il focus. Non è follia, è fame".
Si tratta di un insegnamento applicabile non solo nello sport ma anche nella vita, per tutti coloro che non vogliono restare nella mediocrità ma vogliono emergere e raggiungere obiettivi importanti.
E’ questa in sintesi la cosiddetta “Mamba Mentality”: la filosofia grazie alla quale Kobe Bryant è diventato una star dell’Nba giocando 20 stagioni nei Los Angeles Lakers, vincendo 5 titoli, 2 Olimpiadi con la nazionale statunitense (Pechino 2008 e Londra 2012), essendo convocato 18 volte per l’All Star Game, diventando il primo realizzatore nella storia del club giallo-viola, oltre a collezionare innumerevoli record e statistiche, in barba a quella professoressa di educazione fisica delle scuole medie di Reggio Emilia che, ritenendo il piccolo Kobe troppo gracile, gli consigliò di abbandonare il basket per darsi al calcio!
Kobe Bryant stava inconsapevolmente sviluppando dentro di sé la “Mamba Mentality” già nel 1984, quando giunse a Rieti all’età di 6 anni e nessuno immaginava che sarebbe diventato il campione che tutti conosciamo, che abbiamo amato e che purtroppo abbiamo pianto quando è prematuramente e tragicamente scomparso in un incidente in elicottero, insieme alla figlia Gianna e ad altre 7 persone, quel maledetto 26 gennaio 2020.
A 10 anni dal suo arrivo a Rieti, Kobe Bryant avrebbe esordito nell’NBA dando vita a una incredibile parabola sportiva che lo ha spesso accostato al suo idolo e modello, Michael Jordan. E c’è mancato veramente pochissimo che lo eguagliasse. Una cosa in particolare li accomunava: una grande volontà di vincere abbinata a una grande etica lavorativa, che si traduce per Kobe nella “Mamba mentality”, ispirata da uno dei serpenti più letali e rapidi in natura, a simboleggiare l'ossessione per il miglioramento continuo e il superamento dei propri limiti. E’ così che è diventato il campione che abbiamo conosciuto.
Kobe Bryant lasciò Rieti nel 1986, seguendo le orme e la carriera del padre Joe. Da allora non vi è più ritornato. Del resto, pur avendo vissuto e frequentato la scuola nella nostra città dal 1984 al 1986, all’età di 6-8 anni il futuro campione NBA non ebbe il tempo di stringere amicizie a rapporti durevoli con qualche piccolo compagno delle elementari, rapidamente perso di vista dopo la sua partenza. Ma anche tutti noi, salvo piccole eccezioni, abbiamo pochi e confusi ricordi di quella età così tenera. Al contrario, crescendo, il giovane Bryant ha avuto modo di stringere legami più solidi e duraturi, frequentando le scuole medie e giocando a basket con i coetanei, tra i 10 e i 14 anni, nelle città di Pistoia e Reggio Emilia, che è tornato spesso a visitare durante le pause estive, come abbiamo potuto constatare nei documentari “Kobe – Una storia Italiana” realizzato da Prime Video, e “Ciao Kobe – The untold story of Kobe Bryant’s childhood in Italy” (la storia non raccontata della gioventù di Kobe Bryant in Italia) pubblicato su YouTube dallo Sports Illustrated Video Channel, nei quali è stato dedicato a Rieti ampio spazio e un degno ruolo essendo stata, come ricordava lo stesso Kobe, la città “dove tutto è cominciato”.
Siamo certi che, fosse ancora in vita, prima o poi Kobe Bryant sarebbe tornato a visitare Rieti, che ne ha degnamente commemorato la memoria, sia subito dopo la morte, sia, grazie all’iniziativa del patron della RSR Sebastiani, Roberto Pietropaoli, restaurando il playground degli ex Stimmatini sulla Terminillese, vicino alla casa dove viveva la sua famiglia, e dove, letteralmente, il piccolo Kobe segnò i primi canestri, fino al 33.643esimo e ultimo punto realizzato con i Lakers il 13 Aprile 2016, quando si è ritirato.
Ma anche se non è mai ritornato, Kobe Bryant un piccolo regalo a Rieti lo ha comunque fatto: infatti, ogni volta che uno straniero chiede a un reatino da dove viene, la risposta “da Rieti, a 70 chilometri da Roma” non suscita particolari reazioni. Ma se poi si aggiunge “è la città dove Kobe Bryant ha iniziato a giocare a basket all’età di 6 anni”, immediatamente parte una entusiastica serie di “Really? That’s Incredible! It’s amazing!” che ci inorgoglisce al punto che, se Willie Sojourner è stato il nostro “Zio”, possiamo considerare Kobe Bryant come una sorta di “figlioccio” di Rieti.
Che altro dire? Non avremmo mai voluto scrivere questo profilo così come lo avete appena letto. Però sicuramente Kobe non avrebbe mai voluto vederci piangerlo ma, al contrario, avrebbe voluto vederci reagire fulmineamente come un mamba e guardare al futuro con ottimismo e spirito di sacrificio.